Si apre sabato 6 Agosto alle ore 19, nei locali di Palazzo Messina-Carpinteri di via XX Settembre (Biblioteca comunale), nell’ambito del 13° Festival del Mediterraneo del Comune di Canicattini Bagni, la Mostra dell’artista canicattinese Sergio Carpinteri, “L’unico Equi.libri.o – dis.equi.libri.o” sul tema della Giustizie e delle Carceri in Italia.

Un argomento caro al poliedrico Carpinteri, frutto di una ricerca e studio dell’artista stesso, conclusasi con una tesi di laurea (la settima) dal titolo “L’unico Equi.libri.o. Il non libro d’artista”, discussa all’Accademia di Belle arti di Catania lo scorso 11 Luglio, con la Professoressa Daniela Maria Costa, docente di Grafica.

Un lavoro che ha portato Carpinteri prima alla ricerca del libro e della sua idea, poi sugli artisti che ne hanno fatto arte, infine il suo tema, giustizia e carceri italiane. La mostra Due grandi ambienti ospitano le opere pittoriche, scultoree, disegni, bozzetti, grafica, libri d’artista. La prima opera che si incontra è un uomo con una bandiera: ogni uomo reclama le sua idee e la sua libertà. Poi dei nostalgici banditi con calza e pistola: da film.

Queste prime opere di vecchia produzione vogliono aprire il discorso su chi è l’uomo e perché commette dei reati, arrivando all’idea dell’ingabbiamento – detenzione. “Gli animali si uccidono perché hanno fame – afferma Sergio Carpinteri -, quindi per un bisogno biologico, gli uomini invece, ci ricorda Hegel, uccidono per ottenere un riconoscimento della loro forza e del loro potere, quindi non per un bisogno biologico, ma per un bisogno culturale“.

Due le domande che l’artista canicattinese pone all’attenzione del visitatore mettendo in mostra: Come siamo fatti? Cosa creano i nostri gesti, spesso efferati? Le ultime opere della mostra cercheranno di dare un suggerimento “catartico” sulla libertà di rispettare la libertà altrui e sulla non violazione.

Insomma, rispettarsi e rispettare “il prossimo” – conclude Carpinteri –. Privare una persona della propria libertà rappresenta una condanna di per sé terribile. Molti detenuti sono colpevoli di crimini efferati, ma questo non comporta che lo Stato debba essere altrettanto feroce o disprezzare la persona che ha “errato”. Perciò rieducazione e reinserimento sono due parole che si sentono spesso, anche nei discorsi degli “addetti ai lavori” che si occupano di carcere. L’idea di reinserimento dovrebbe consistere nel reintegrarsi nella società, esserne accettati, tornare a farne parte, una persona reclusa dovrebbe infatti essere preparata. Quindi servirebbe un passaggio intermedio tra carcere e dopo carcere. Difficilmente accade“.