All’inizio gli uomini condivisero una singola religione, una singola arte e si legarono tramite una lingua condivisa. Ogni popolo con le loro famiglie, le loro lingue, nelle loro terre, nelle loro nazioni. Poi ci fu la Torre di Babele, una metafora interessante per i nostri tempi. La torre, uno ziggurat, fu costruita su fondamenti successivi, su secoli di altari. Quando la torre diventò pure un segno di grande ambizione, ricchezza e orgoglio, quando le culture cominciarono a spostarsi e spintonarsi l’una con l’altra e andarono avanti indipendentemente senza comunicare, ignorando qualsiasi progetto divino, fu allora che i poteri divini ci diedero tante lingue. E fu una confusione di culture.

“Babel. Giù dalla Torre” è un progetto e un invito per gli artisti a riflettere sul tema della (non) comunicazione tra le persone, tra i popoli, partendo da un concetto generale e da una visione globale di un’Europa martoriata da conflitti politici e religiosi. Reduce da Brexit, che ha fatto comprendere quanto fragili siano i suoi limiti, i suoi confini e il cui progetto di unità, nato poco più di un secolo fa, è ancora in cerca di un’identità.
In un’ipotetica sovrapposizione di livelli proviamo a definire, alle diverse scale, l’importanza della comunicazione tra gli individui – spiega il curatore della mostra Francesco Piazza -. Un tentativo per comprendere quanto i confini fisici limitino l’interazione tra gli individui o come, con lo stesso vigore, invece di limitare possano avvicinare e unire“.

Quando c’è una diversità di voci sia le divisioni sia le connessioni diventano interessanti e creano una conversazione vitale. Ma come può essere garantito il rispetto per la diversità? Come le nostre immagini e le nostre parole possono essere considerate all’interno di un network illimitato di idee, punti di vista, e linguaggi?
Invitiamo gli artisti a esprimersi riguardo la società e il nostro mondo multilingue – prosegue Piazza -, a capire quanta povertà e quanta ricchezza coesistono in una sola lingua, e a considerare nuove possibilità espressive a partire dalla ricchezza del linguaggio. Mentre i continenti si scontrano i votanti fraintendono i politici, gli Europei provano a creare uno spazio accogliente per popoli con lingue e costumi nuovi, immigrati, alcuni si aggregano a delle comunità e si sforzano in una terra nuova. Gli artisti porteranno nuove idee, sulla nostra isola, punto di crocevia del Mediterraneo: tramite scultura, fotografia, installazione, pittura e performance“.

L’esposizione coinciderà con la XII giornata del contemporaneo promossa da AMACI (Associazione dei Musei d’arte contemporanea italiani).

Vernissage il 15 ottobre alle 18.30, SAC. Sant’Agostino Contemporanea, via Nizza, 14 Ortigia. Alle 19 la presentazione di Terra Amata, un lavoro in corso di spoken-word per più parti sul tema del radicamento/sradicamento. Scritto da Patti Trimble, poetessa americana, letto e interpretato da Patti Trimble e l’attrice Nadia Spicuglia. A seguire “The Games We Play” performance di Laleña Kurtz in collaborazione con Francesco Bertrand.

Finissage il 18 novembre, Terra Amata-performance di spoken-word per più parti, sul tema del radicamento/sradicamento. Scritto da Patti Trimble, a cura di Michele Dell’Utri.

Artristi:

Germana Falco, Laleña Kurtz, Salvatore Mauro, Max Mensa, Roberta Montaruli, Noemi Priolo, Francesco Rinzivillo, Patti Trimble, Veronica Zambelli

curatore: Francesco Piazza | SAC.  S. Agostino Contemporanea

Ideazione e coordinamento: Germana Falco, Laleña Kurtz, Patti Trimble