Nei locali del ristorante Akademia dell’Hotel One si è tenuto il simposio di gennaio della delegazione di Siracusa dell’Accademia Italiana della Cucina (istituzione culturale della Repubblica italiana). Un brindisi benaugurale, all’aperitivo, ha dato l’avvio all’incontro; quindi il delegato di Siracusa AIC, Angelo Tamburini, ha informato i presenti su alcuni importanti traguardi raggiunti da due accademici di Siracusa: Michela Stancheris designata in seno al consiglio di amministrazione dell’Aeroporto di Comiso; e Salvatore Giardina (segretario-tesoriere della delegazione) a cui è stato conferito l’Oscar della Frutta 2017.

Di seguito Angelo Tamburini ha proceduto alla premiazione dell’Accademico dell’Anno 2016, per l’assidua partecipazione all’attività della delegazione: il piatto dell’Accademia Italiana della Cucina è stato consegnato a Rosalia Sorce, vice delegata di Siracusa.

Il contributo culturale al simposio è stato proposto dallo stesso delegato La Bizzarra Nomenclatura della Cucina, una tematica curiosa e che ha interessato tutti. “Un tentativo di unificazione all’interno della “bizzarra nomenclatura della cucina” l’Artusi riuscirà a operare con il suo trattato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” del 1891, rivolto alla nascente classe borghese dell’Italia unita – ha esordito Tamburini -. Pensiamo al nome che, proprio da noi in Sicilia, è stato dato alle sarde a beccafico, chiamate così perché lo stesso procedimento veniva usato per cuocere i beccafichi; pensiamo agli uccelli scappati che, come diceva il Panzini, un onesto surrogato di cucina quando mancavano tordi e quaglie; pensiamo alle vongole fujute della Campania dove di vongole non c’è neppure l’ombra e che fanno il paio con la siciliana pasta con le sarde a mare”.

Nonostante il tentativo innescato dall’Artusi, la situazione italiana, quanto a lessico gastronomico, rimane ancora oggi assai frastagliata e variegata. “L’Italia è certamente un mosaico gastronomico – ha proseguito -. Le parole del cibo intanto sono una tentazione non solo per peccati di gola, ma per peccati di etimologia. Prendiamo ad esempio l’etimo di agnolotti: il sostanzioso involucro di pasta ripiena degli agnolotti è stato avvicinato addirittura per analogia alla tradizione dell’Agnus, l’involtino di tela contenente la figura dell’agnello di Dio o altre reliquie, che un tempo i nostri avi portavano al collo per devozione. Rimane incerto l’etimo di maccheroni, che in origine non erano simili all’odierno tipo di pasta, ma già Maestro Martino reca la ricetta dei “maccheroni siciliani”, e per la prima volta il maccherone indica una pasta bucata “il maccherone pertusato in mezzo”. Ci sono poi denominazioni che personalizzano le pietanze come “la torta Donizzetti”, una ciambella che la città natale di Bergamo ha voluto dedicare al musicista, la pasta alla norma, una pasta come ben sappiamo con melanzane fritte e ricotta salata, omaggio di Catania a Bellini”.

Tra i vocaboli derivati da un nome proprio è assai noto il nome della pizza Margherita, “creazione di un pizzaiolo napoletano che attraverso i tre colori bianco, rosso e verde degli ingredienti principali, mozzarella, pomodoro e basilico, volle fare un omaggio a Margherita di Savoia in occasione della sua visita a Napoli. Nota pure è la genesi di un altro dolce, il babbà, attribuito al re di Polonia Stanislao Leszczynksi, intorno al 1740, che raccontano avesse fatto cadere una bottiglia di rum su un Kugelhupf, il poco saporito dolce locale, e che quell’inatteso bagno alcolico l’avesse entusiasmato, tanto da dedicare il nuovo dolce arricchito di liquore ad Alì Babà, il protagonista delle Mille e una notte, di cui il re era appassionato lettore. Toccò poi agli chef francesi  – ha concluso Tamburini – far la fortuna a Napoli del dolce, presso l’aristocrazia cittadina, nelle cui dimore prestavano servizio!”.

A seguire è stata servita la cena in maniera sollecita e attenta e le pietanze son state tutte curate sia nella presentazione, che nella confezione, che nell’armonia dei gusti della tradizione siracusana: tortino di cavolfiore e alìci (delicato e gustoso); cavatelli al “sugo finto” (antica pietanza della tradizione dove il sugo è realizzato solo con verdure e, pertanto, finto per l’assenza di carni); sedanini con salsiccia di Palazzolo e broccoletti (pietanza armonica ed equilibrata nel gusto); tuma persa “vestita”(pietanza della tradizione che esalta un raro e antico formaggio siciliano); mousse di ricotta (con di crema di cachi, accattivante nell’armonico insieme); e in buon abbinamento con i vini: “Grillo” e “Curva Minore” Igt Sicilia (Az. Agr. Biol. Baroni di Pianogrillo); “Solacium” Moscato di Siracusa Doc Sicilia (Az. Agr. Pupillo – Siracusa)

Alle scelte di menu ha dato il suo apporto lo chef Giovanni Guarneri, patron del ristorante Don Camillo di Siracusa, consulente e coordinatore dei menu del ristorante Akademia, una carta tipicamente regionale in chiave gourmet realizzata con materie prime del territorio.

Infine il delegato Angelo Tamburini ha consegnato ai giovani Cristina Veneziano, chef, e Alessandro Giudice, maitre, il gagliardetto e la vetrofania 2017, insieme con al plauso accademico.