Si inaugura venerdì 3 marzo, alle 18,30, negli spazi espositivi di Fototeca Siracusana con la presentazione di Salvo Sequenzia, la mostra Al di là del muro della fotografa Arianna Di Romano. Reportage fotografico realizzato nella comunità rom di Carbonia in Sardegna, e in quelle di Belgrado e Sarajevo. Le foto raccontano i volti e le singole storie di un popolo con il quale da secoli si convive, sconosciuto alla maggior parte di noi e per questo trattato con distaccata freddezza.

Il mestiere del fotogiornalismo o del reportage ha il compito di raccontare e mostrare attraverso il filtro della personalità del fotografo “realtà” lontane o inaccessibili ai più: realtà culturali, geografiche, storiche con cui stabilire un rapporto, essendo questo uno degli scopi principali della fotografia e Arianna Di Romano è un’attenta reporter, le sue immagini narrano prendendo il posto delle parole scritte, con passione e sentimento. Una ricerca “pura”, una indagine condotta senza committenza e per questo autentica. Il reporter testimonia e racconta le storie di cui si fa carico emozionalmente, elabora una personale interpretazione attraverso la messa a punto di uno stile etico ed estetico, al fine di condurre il lettore dentro la propria realtà emotiva pur lasciandolo libero nelle sue conclusioni. Molto diversa dalle mostre di fotografia puramente artistica, il reportage fotografico affronta un livello di complessità di lettura superiore. L’uso della fotografia non è finalizzato alla singola immagine ma alla coerenza dell’insieme, alla comprensibilità della narrazione resa possibile dallo stile dell’autore il cui coinvolgimento nella storia narrata è esso stesso parte della storia narrata, affinché il racconto possa essere credibile e coerente per entrare a far parte delle esperienze del pubblico, nonché nelle personali sfere emotive.

Un racconto da vedere, per una nuova esperienza.

L’ingresso è libero.

NOTA CRITICA DI SALVO SEQUENZIA

Il dibattito e la riflessione sulla cultura Rom, con le sue molteplici sfaccettature e nelle difficoltà di rapporto con la cultura maggioritaria, sono oggi oggetto di attenzione da diversi punti di vista: antropologico, sociale, politico, educativo, culturale, linguistico, psicoanalitico.

L’esperienza dell’altro, che la cultura contemporanea ci prospetta nella bipolarità di inclusione/esclusione, di estraneità (lo straniero, il diverso/impensato), di familiarità (il prossimo, l’atteso), l’Unheimliche – il perturbante – legandola sia alla diversità che all’uguaglianza (simile/dissimile), acquista una significativa pregnanza nel momento in cui, paradossalmente, si ‘sfoca’, perdendo il suo alone aulico, mescolandosi al tessuto della vita quotidiana, ai vissuti primari legati alla sfera privata che, attraverso una ‘messa a fuoco’ della differenza, si riscattano dall’anonimia per assumere una rilevanza umana, affettiva, politica.

La persona, con la molteplicità della sue istanze radicate nel corpo quale significante primario, chiede di essere riconosciuta ed individuata nella differenza che la rende unica e irripetibile, in quella differenza che è immediato segno di relazione con altre donne, con altri uomini – ciascuno un ‘io’ che rivendica un ‘tu’, un ‘noi’.

Su tale relazione ‘io/tu/noi’ – una pluralità che rinvia ad una relazionalità viva e fluttuante – si è concentrato lo sguardo di chi, paventando una messa in ombra dell’individualità – dell’individuo concretamente esistente – ha colto una propensione ad amplificare l’incisività della relazione dialogica interpersonale ‘io/tu’ in una dimensione più vasta e ‘risonante’: in quel ‘noi’ che si apre, erratico, ad accogliere l’altro in quanto esperienza di senso, progetto di riconoscimento, agnizione, destino.

La cultura zingara ha da sempre interagito con le varie culture con cui è entrata in contatto; si è lasciata penetrare, permeare, attraversare, ‘ferire’; si è lasciata influenzare ed ha influenzato, senza mai perdere tuttavia la propria identità.

Essa affonda le proprie radici nella terra di tanti popoli traendo linfa dalla medesima ‘madre’, così da preservare se stessa e assomigliando a tutti, in una pluralità originale che assume il punto di vista ‘nomade’ del soggetto contemporaneo, uno ‘sciame’ confuso e insondabile, una «solitudine desiderante» che attraversa la «città notturna» del mondo globale prefigurata da Joyce in Ulysses ponendosi domande di senso.

Gli scatti che la fotografa Arianna Di Romano affida alla mostra Al di là del muro, costituiscono un reportage compiuto in Sardegna dentro i campi Rom di Carbonia, una cittadina del Sulcis Iglesiente.

Senza indugiare su immagini irrispettose della dignità umana, le fotografie di Arianna Di Romano raccolgono frammenti di una vita comunitaria in cui si alternano gesti semplici e assoluti, sguardi, ‘momenti’, passaggi, tranches de vie che sottendono relazioni e tradizioni sociali ataviche cementatesi nei secoli e dalle quali si intuisce e si percepisce la gioia di vivere, la disperazione, la rabbia e il dolore del mondo nomade. Al compimento di questo reportage l’obbiettivo fotografico di Arianna Di Romano, dopo aver ruotato senza posa intorno al mondo dei Rom, si ferma ed immortala la dolcezza e lo strazio di una umanità indistinta, fragile, che il ritratto, più di ogni altra cifra stilistica, è riuscito a fissare ed a esprimere. Calde, intense, poetiche, bellissime, le foto di Arianna Di Romano entrano tutte in empatia con l’ambiente che hanno di fronte. Lo sguardo è intimo, mai invasivo. La straordinaria forza e umanità – mai imbarazzata – dei ritratti di Arianna Di Romano rivela l’intensità del rapporto che la fotografa è riuscita a instaurare con i Rom: un rapporto fondato sulla fiducia, sul rispetto, sull’autenticità e sul desiderio di conoscere e di comprendere il diverso, condividendone spazi e abitudini, con una curiosità umile, aperta, scevra da qualsiasi pregiudizio e sovrastruttura. La mostra di Arianna Di Romano non è semplicemente bella e ‘informativa’. Essa non si pone ai nostri occhi come un referto di antropologia visuale o di etnofotografia. Va oltre, dichiarandosi nella sua essenzialità di opera d’arte, e, in quanto tale, come ‘documento umano’ teso alla comprensione e alla comunicazione della irriducibile complessità del mondo, della dolente pluralità della natura umana, entro i cui paradigmi è possibile abbattere stereotipi, pregiudizi e paure.

Nel contesto politico europeo contemporaneo, la promozione del riconoscimento multiculturalista propria delle politiche neoliberali è interpretata, da parte di un settore dell’attivismo Rom e pro-Rom, come una opportunità di affermazione ‘politico-etnica’ e come positiva fonte di risorse per la promozione di azioni contro l’antiziganismo, a disposizione di enti pubblici e di agenzie culturali non governative. Parimenti, tali politiche sembrano tuttavia riproporre nuove forme di antiziganismo, fondate su processi di etnicizzazione, marginalizzazione e criminalizzazione che, attualmente, sono oggetto di riflessione all’interno del vivo dibattito sui nuovi statuti epistemologici delle scienze umane.

Su questo orizzonte di senso si situa per noi il lavoro compiuto da Arianna Di Romano, nella sua ricognizione dentro le genealogie della differenza della comunità Rom di Carbonia, per cogliere nell’«aria di un volto» la narrazione di una storia individuale e collettiva.

Come ha scritto Joan Fontcuberta «la storia della fotografia è la cronaca di un processo di transustanziazione, è il racconto di come il documento si faccia arte»; perché, «anche se il fotografo riducesse il suo compito alla volontà di fotocopiare il reale, l’assunzione stessa di quel codice, implicherebbe la nozione di scelta».

La scelta di Arianna Di Romano di fotografare l’umanità Rom di Carbonia, in tal senso, è stata una scelta d’arte ma, anche, una scelta di valore epistemologico ed etico assoluti”.