La fotografia già verso la fine del XIX secolo tende a percorrere due strade, la prima quella del simbolismo o della metafora, la seconda quella del realismo, ovvero, ricostruzione simbolica e registrazione pura della realtà. Questa distinzione fra produzione e riproduzione è essenziale per capire l’universo estetico-creativo di Alessandro Fronterrè. Profondità abitate, il titolo della mostra che sarà inaugurata il 14 aprile alle 18:30 e si concluderà il 30 aprile, allestita alla galleria Fototeca Siracusana in piazza San Giuseppe 3 a Siracusa, rimanda intenzionalmente a un non luogo, un territorio della nostra mente in bilico tra fede e pensiero, conoscenza e suggestione.

TESTO CRITICO DI GINO CARPI

Le immagini offcamera si pongono immediatamente a confronto con la pittura, con la chiara consapevolezza e intenzione di realizzare un simbolismo allo stato puro. Alessandro Fronterrè esprime in un moderno linguaggio poetico l’azione digitale utilizzata per il suo lavoro, in cui il valore simbolico è la costante esigenza di “oggettivizzazione dell’inconscio”, ansie e angosce della modernità richiamate a viva voce attraverso la psicologia delle forme e l’impiego della luce come mezzo espressivo ed estetico. Non vi è spreco, sfoggio di formalismi, eccesso di qualcosa, dalle impersonali profondità del nero emergono delle “cose” i cui canoni ne svelano ad personam l’identità, la fisicità allusa e le intrinseche relazioni con l’opera dell’artista.

Per Alessandro Fronterrè la fotografia è un meditational instrument, come l’ha definita Lyle Rexer (The Edge of Vision) una ricerca di risposte  sui grandi misteri dell’essere rivolta all’uomo-spettatore, soggetto della percezione e interprete del suo lavoro. Nonostante la sensazione d’irrealtà e di spaesamento, il lavoro di Fronterrè è in grado di attrarre inevitabilmente l’osservatore, di trascinarlo in un contatto irresistibile, in quanto vitale,  dentro le profonde atmosfere evocate che rimandano a stati pre-natali, a livelli inesplorati del nostro subconscio. Cupi scenari fisicamente e non metafisicamente intesi secondo la nostra esperienza, costituiscono il fil rougedelle “Profondità abitate”, lo stimolo, ma anche la grande ossessione.

La storia della fotografia ci ha oramai abituati a queste evoluzioni concettuali, attraverso Man Ray, per esempio, per il potenziale creativo del rayogramma o dei suggerimenti di Moholy-Nagy sulle velleità “pittoriche” del fotogramma. Le tendenze astrattiste in fotografia sembrano radicarsi proprio nell’infanzia del mezzo, tra le immagini idealizzate delle origini e gli “oggetti melancolici” del surrealismo nonché sulle parallele indagini della “poetica della materia”, cercando di sventare l’ossessione del  pregiudizio che la fotografia sia più realistica di altre tecniche artistiche. Ancora oggi, anche solo inconsciamente, si ritiene che il lavoro dell’artista pittore rientri sempre nella logica dell’arte, mentre l’immagine mediata della fotografia, sia chimica che digitale, che subisce questi confronti, debba ancora dimostrare la sua pertinenza artistica. “Profondità abitate”, il progetto artistico di Alessandro Fronterrè, non ha nulla da dimostrare, è quel che è. Racconta e coinvolge l’uomo, la sua natura spirituale e terrena,  Natus mori (Nato per morire), Vechnyidogovor (Patto eterno) o Alla nur (Alla luce) non sono soltanto dei titoli, semplici targhette sotto le opere, sono sintesi di cifrari ancestrali per il passaggio a un livello di percezione superiore verso il quale conduce l’arte in senso lato, il cui ruolo, appunto, è quello di trasportare emotivamente l’osservatore al di là della natura fisica e oggettiva dell’immagine, verso “Profondità abitate”. Attraverso i titoli delle opere Fronterrè indica la strada, chiarisce il vincolo inscindibile tra processo e forma , linguaggio e realtà: l’uno è l’altra. Lingue diverse che marcano le opere come a voler sottolineare l’uso di un codice eterodosso contro le convenzioni, sui grandi misteri della vita, sull’epistemologia dell’arte intesa come costante ricerca della verità. Ed è per questo che il vero mistero del mondo, a detta di Orson Welles, è racchiuso in ciò che si vede e non nell’invisibile“.

L’ingresso è libero.