Prosegue con successo al “Tina Di Lorenzo” il segmento teatrale Cartellone 70/30, novità assoluta per la stagione iniziata lo scorso 31 ottobre. Il prossimo 1 marzo alle 20,45 andrà in scena Medea a majara un tema difficile, riletto mille volte perché archetipo eterno di ogni donna mistificata, umiliata, usata dalle logiche fredde del potere e della convenienza. Ma questa Medea majara è realmente una Medea inedita. Un lavoro che sceglie la forma della narrazione popolare del cunto accompagnata dall’ispirazione dei testi contemporanei di Christa Wolf e Corrado Alvaro Medea freschissima, ancora giovane, decide di determinare il proprio destino in quel viaggio che disorienta, come l’affidarsi all’altro, all’eroe dell’incontro fatale, al mare che per ogni migrante ha una sponda sconosciuta, troppo spesso ostile e devastante. La società greca la vuole oscura e buia. Medea invece è figlia del figlio del Sole, vive l’amore da pari, né da padrona né da schiava, a suo agio in una natura sensuale e romantica. Non può parlare la lingua luminosa degli eroi greci, ma usa il dialetto siciliano come identità profonda, cordone ombelicale che la riconnette alla Colchide. Il siciliano parla alle viscere, si contrappone al logos, al pensiero riformatore e politico che invece plasma la lingua di Giasone: il greco/italiano più ricercato e letterario che trova spazio ora nella memoria elegiaca dei flash back, ora nella spietata ragionevolezza del traditore Giasone. Giasone canta il suo irretimento sincero, mette in scena la sua ambiguità, accecato dal miraggio del potere, fedele al mito di sé stesso. Altalena di coraggio e codardia, ci insegna la dualità. Il ritmo dello spettacolo, grazie alle musiche di Incudine, segue il ritmo violento del sangue, pulsa con le percussioni ossessive di strumenti tribali e si alterna a toni puri e malinconici. Le riflessioni amare della nutrice, figlie del realismo spietato, voce del buonsenso popolare rispettano il testo antico ma la forza brutale e arcaica del dialetto ci trascinano in una dimensione senza tempo, dove l’uomo è sempre sconfitto e, forse, l’Arte è la sola Redenzione.

70/30 è la classica e collaudata formula che prende il nome dalla pratica legata alle condizioni economiche che, sin dai tempi della commedia dell’arte, si applicano in teatro: il 70% dell’incasso al botteghino va agli artisti e il restante 30 per cento va al teatro per coprire le spese di gestione dello spazio e per promuovere l’evento in cartellone.

Con Aurora Miriam Scala. Regia di Giuseppe Spicuglia, musiche di Mario Incudine.