Si avvia a conclusione il Festival della Storia Patria, storie e Storia di Augusta. Martedì 27 novembre alle 18, nel Salone della Società Filantropica Liberale “Umberto I”, sarà presentato il libro di Carmela Mendola “Ma nannu mi diceva”.

Felice coincidenza la pubblicazione di questa nuova fatica editoriale di Carmela Mendola nel momento in cui la Società Augustana di Storia Patria – di cui l’autrice è socia fondatrice nonché componente del Consiglio Direttivo – presenta un “Festival” che intende esaltare il patrimonio materiale e immateriale della città e del suo territorio. La pubblicazione di Carmela Mendola è il sunto di quanto la Società ha inteso proporre all’attenzione della comunità locale nell’anno in cui la Regione Siciliana ha introdotto nei programmi scolastici lo studio della storia di Sicilia e del suo dialetto. Uno scrigno di parole, filastrocche, medicina popolare e miniminagghi che appartengono al sentire comune poiché raccolte dalla viva voce di uomini e donne custodi di un patrimonio che rischia di andare perduto.

Mi piace inserire questo nuovo lavoro di Carmela Mendola nel solco di quella intensa attività dei folkloristi del secolo scorso che attinsero dall’esperienza del medico palermitano Giuseppe Pitré. In effetti la raccolta del Pitré è frutto della sua passione per tutto ciò che esprimeva l’identità siciliana e dalla necessità di custodirla. La stessa passione, lo stesso amore che Carmela nutre per la sua Augusta impegnandosi a raccogliere tutto ciò ne caratterizza l’immagine. Una raccolta minuziosa delle fonti orali, pazientemente trascritte, analizzate, comparate. In questo scrigno trova un posto speciale la “Medicina popolare”, un manuale sulle abitudini e i rimedi del nostro popolo che non amava la figura del medico: “se un malato guarisce – come scriveva il Pitré – è segno di opera miracolosa, provocata da un particolare voto, preghiera inneggiata a un santo; se il malato muore, la responsabilità è del medico, che con i suoi rimedi ha accelerato il processo di inasprimento della malattia. Infatti erbe, parole, semi, sassi, erano considerati nell’Ottocento più importanti della medicina tradizionale, e più efficaci, come conferma il proverbio: “c’è tanti erbi all’ortu, ca risurgina l’omu mortu”.

Il tema della medicina popolare va comunque affrontato con specifico riferimento alla cultura del nostro popolo dove i mali, le malattie in genere, erano considerati castighi di Dio. Nella concezione popolare Dio manda la malattia ma anche la medicina e se Dio non vuole, allora il medico perde la scienza e la medicina perde la virtù. Ma poiché si dice: “ muore prima l’uomo e poi la speranza, i nostri padri si rivolgevano alla Madonna, colei che essendo Madre non abbandona i suoi figli. Ci si rivolgeva ai Santi che avevano particolari specializzazioni in campo medico: I Santi Medici Cosmo e Damiano; Santa Lucia per gli occhi; San Biagio che protegge dal mal di gola; S.Sebastiano per proteggere i bambini dall’ernia; S.Liborio per le malattie ai reni; S.Vito per proteggersi da morsi dei cani. S,Antonio Abate per proteggere gli animali che tante volte erano l’unica fonte di sopravvivenza. Non possiamo non ricordare la febbre malarica, detta tirzana o quartana che grazie alla terapia della corteccia del santo albero piantato dal beato Reginaldo nel chiostro di S.Domenico aveva guarito miracolosamente non pochi ammalati. Ma la malattia poteva essere causata direttamente dal diavolo, ecco allora la necessità di liberare il corpo dell’ammalato da questa presenza. I vescovi concedevano la facoltà di intervenire direttamente ai parroci, “purché si operasse con la necessaria prudenza”. E se il prete falliva ? A quel punto entrava in gioco la magia che nonostante tutto prevedeva l’intervento di S.Antonio da Padova noto per le sue capacità di fare tredici grazie. Non possiamo non ricordare il ruolo di sciamani, streghe tutti depositari di ricette cui il popolo nei casi estremi amava affidarsi. Nei racconti dei nostri padri ci sono fate, streghe e eroi che combattevano in un mondo fantasioso. Spesso il potere delle streghe malefiche si rendeva palese attraverso particolari rinvenimenti: code e carni di animali, spoglie di serpenti, feticci con aghi infilzati. Tra gli antidoti figurano sale, chicchi di grano e sabbia necessari per vanificare i rituali malefici. Spesso, sotto il cuscino ove poggia il capo dell’ammalato viene altresì posizionato un amuleto dai forti poteri; poteri che venivano conferiti la notte di Natale, ritenuta una notte magica. Si riteneva infatti che in questa notte venivano trasmessi riti e formule per fare e togliere il malocchio con alcune preghiere particolari. Tuttavia, se anche l’azione della magia non risultava efficace ? Allora si trattava di segni evidenti che non c’era nulla da fare e che l’ammalato era destinato a morire, non c’era per lui nessuna speranza. In questo caso occorreva far ricorso al sacerdote per somministrargli il Viatico. Il destino era segnato.

Questo e tanto altro il contenuto del libro di Carmela Mendola, un nuovo contributo per la conoscenza dell’identità del popolo di Augusta.