Si è svolto sabato 2 febbraio, alle 18 nella Saletta dell’Ecomuseo “Monti Climiti” a Melilli, l’incontro con Massimo Cultraro, autore de L’ultimo sogno dello scopritore di Troia. Heinrich Schliemann e l’Italia (Edizioni di Storia e Studi sociali, Ragusa 2018).

Giuseppe Immè, vicepresidente IN Melilli, ha colloquiato con l’ospite invitandolo a illustrare i passi salienti del suo saggio che ricostruisce, attraverso lo studio delle lettere e dei diari personali conservati nel Fondo Schliemann della Biblioteca Gennadius di Atene, insieme con altre fonti archivistiche italiane presentate per la prima volta, il trentennale sistema di relazioni tra Heinrich Schliemann, scopritore di Troia, e l’Italia. Nel 1858, infatti, Schliemann compie il suo primo viaggio in Italia da turista ed uomo di affari. Non è ancora il personaggio famoso che il mondo celebrerà come lo scopritore di Troia. Tornerà negli anni successivi girando per tutta la penisola, dall’Emilia fino alla Sicilia e Sardegna, forte della gloria che l’ambiente scientifico gli tributava e con le ricchezze accumulate grazie alle proficue attività commerciali in Russia e negli Stati Uniti.

Quale è stato il rapporto tra lo studioso tedesco e l’Italia? Quali i suoi contatti con gli ambienti accademici nazionali, ma anche con personalità del mondo della politica e della cultura? Quali impressioni le visite in Sicilia hanno suscitato nell’archeologo?

Il professore Cultraro ha risposto alle nostre domande (che prendono spunto dal suo testo di seguito riportato in stralci) con disponibilità e semplicità, virtù del fine studioso che riconosce l’importanza della divulgazione della conoscenza.

Nonostante tutt’oggi perdurano le critiche sulla presunta (dis)onestà intellettuale di Schliemann, ritengo che dobbiamo offrire allo studioso ancora una chance di difesa, affidando la sua parola ai viaggi che egli fece in Italia tra il 1858 e il 1890. In questi trentadue anni Schliemann visita il paese da semplice uomo di affari, per poi tornare, dopo la scoperta di Troia, da studioso celebrato e famoso. Il suo viaggio si intreccia con la storia d’Italia, passando dagli stati pre-unitari alla nuova realtà istituzionale unificata; da acuto osservatore, Schliemann fotografa ed esamina un paese in forte trasformazione, dominato da profonde contraddizioni e da alcuni malesseri che, agli occhi del viaggiatore tedesco, apparivano endemici e, pertanto, incurabili”.

Quando si è appassionato a Schliemann? Cosa l’ha spinta ad affrontare una ricostruzione così precisa e puntuale dei viaggi del celebre archeologo tedesco? Quale obiettivo ha questa sua pubblicazione?
Fin da piccolo, come molti della mia generazione che coltivavano il sogno di diventare archeologi, Schliemann rappresentava la figura esemplare da seguire, una sorta di Indiana Jones che univa atteggiamenti irrituali, fuori dai canoni dell’epoca, e spirito di avventura. La scelta di proseguire i miei studi post-universitari presso la prestigiosa Scuola Archeologica Italiana di Atene, presso cui fui allievo negli anni 1990-1994, mi diede l’occasione di conoscere George Korres, allora professore di Preistoria presso l’Università di Atene e uno dei maggiori esperti di Schliemann. Grazie a lui scoprii un volto a me sconosciuto dell’avventuriero tedesco, aspetti ignoti della sua personalità e della sua poliedrica cultura. Cominciai a lavorare sui documenti dell’Archivio Schliemann custoditi ad Atene, ma la ricerca che si accresceva giorno dopo giorno, suscitava in me curiosità sempre maggiori e, catturato in un labirinto di migliaia di lettere e scritti inediti dello studioso, rallentai il lavoro in attesa di un giusto tempo di decantazione. Un inatteso soggiorno presso la Tohoku University di Sendai in Giappone, in occasione di un ciclo di seminari su Schliemann, mi ha spinto a rimettere ordine tra carte ed appunti e concentrare l’attenzione su un aspetto totalmente sconosciuto dell’archeologo tedesco: i viaggi e le relazioni con l’Italia, dal 1858 sino alla sua morte avvenuta a Napoli nel 1890.
Dopo l’entusiasmo dei primi giorni, animato dalla ricerca dell’antica e gloriosa città, Schliemann si arrende ad un pessimismo incontenibile al punto che, prima di lasciare la città, deve ammettere: «in una parola non verrebbe la pena di venire qui perché delle antichità quasi non vi sono, nelle case e nelle strade tutto è sporchissimo, le mani dei cuochi e cucinieri paiono come se non fossero mai lavate”.

Il giudizio di Schliemann sulla Sicilia alla fine del suo primo viaggio nell’isola è crudo: cosa lo spingerà a tornare? Come contribuirà alle scoperte archeologiche di questa terra?
Schliemann visita l’isola in differenti momenti, un primo viaggio, da esploratore sulle orme del Grand Tour, nel 1858, quando entra in contatto con la parte più vivace del Regno delle Due Sicilie. Dieci anni dopo, compiuta l’Unità d’Italia, Schliemann ritrova una Sicilia con problemi ancora aperti e, per certi aspetti, più povera rispetto al passato, con linee ferroviarie desuete e campi abbandonati. Il secondo viaggio, tuttavia, appare meglio strutturato e finalizzato ad una conoscenza delle antichità dell’isola. Solo negli ultimi mesi del 1875 potrà tornare nell’isola e dare avvio al suo ambizioso progetto di ricostruzione delle evidenze archeologiche degli esuli Troiani, partendo da Mozia e dalla fascia costiera tra Marsala ed Erice.ù

Il programma siciliano, incardinato all’interno di un più ambizioso progetto di ricostruzione delle tappe degli esuli troiani, prende avvio dall’esplorazione dell’isolotto di San Pantaleo, identificato con Mozia, al largo tra Marsala e Trapani. […] Schliemann lascia nel diario del 1875 alcune pagine dedicate all’avventura di Mozia, scritte in un inglese fluente e ricche di informazioni e dettagli sullo scavo. […]
Schliemann, a conclusione dello scavo, si sente “poco fortunato” per i modesti rinvenimenti, ma anche amareggiato per le difficoltà incontrate in una settimana di lavoro. In un ambiente, dove domina sporcizia e miseria, è stato costretto a lavorare con operai locali poco laboriosi, abituati dal fatto di essere ciascuno proprietario di un piccolo appezzamento di terra da cui trarre sostentamento. A questo si aggiunge la difficoltà di comunicazione con la gente del luogo, che parlava solo un dialetto incomprensibile, ed infine la latitanza della Commissione dell’Archeologia e delle Belle Arti di Sicilia, che avrebbe dovuto garantire supporto logistico all’impresa dello studioso tedesco. Schliemann, comunque, non si arrende e, pur essendo per gli ambienti dell’archeologia palermitana un ospite ingombrante, chiede alla Commissione di fornire un nuovo elenco di siti dove poter operare.
Dopo aver lasciato Mozia, si reca a Segesta dove esamina i resti archeologici facendo qualche saggio di scavo, ed in seguito visita Himera. […] “Piccoli saggi – annota lo scopritore di Troia – fatti da me a Segesta non hanno prodotto neppure un frammento di vasi arcaici e m’hanno provato inoltre che scavi sistematici vi sarebbero perfettamente inutili”. Esplora il Monte Erice, alla ricerca del tempio di Afrodide / Venere Ericina, effettuando alcuni saggi all’interno del castello, a ridosso della linea delle mura, dove l’ingombro dei depositi medievali lo invita a desistere. “In Erice (Eryx) – annota con desolazione – la città di Giuliano è situata giustamente sull’antica città e così scavi vi sono impossibili”.
Si reca, infine, a Camarina, nella costa sud-orientale dell’isola, dove la Commissione gli propone di esplorare la necropoli e la città antica, ma le condizione sono definite troppo onerose, aggiungendo anche che “dopo le scoperte di Troia, la necropoli di Camarina appare assai troppo moderna e troppo piccola”.

Quali sono le caratteristiche del metodo di scavo di Schliemann che sembra essere così poco prolifico?
Quando Schliemann comincia nell’ottobre del 1875 l’esplorazione dell’isola di San Pantaleo, nello stagnone di Marsala, identificandone i resti con l’antica città fenicio-punica di Mozia, aveva alle sue spalle la forte esperienza di scavo maturata ad Hissarlik/Troia e in alcuni centri della Grecia (Orchomenos e Corfù). A Mozia, considerata l’ampia estensione dell’area da indagare, apre una serie di saggi di scavo a distanza regolare, secondo un metodo che egli stesso definiva “alla troiana”. Comprende già i principi della stratigrafia archeologica, mutuata da quella geologica, fa attenzione a posizionare i manufatti in rapporto al contesto stratigrafico ed architettonico di riferimento, fa uso, infine, della fotografia, essendo uno dei primi ad averla introdotta in campo archeologico.
Da Camarina raggiunge Siracusa, la città che nel primo viaggio del 1858 aveva lasciato un segno negativo. Nonostante le difficoltà di ambientamento, Schliemann era rimasto positivamente colpito dalla vasta area archeologica della Neapolis di Siracusa. Durante l’esplorazione del tracciato delle mura, lo studioso identifica nell’enorme distesa di ciottoli e pietre il disfacimento delle strutture murarie antiche. In alcuni punti riesce a scorgere anche allineamenti di blocchi litici regolarmente squadrati dai quali si ricava la planimetria di una “casa antica”, con ambienti in parte intagliati nel banco roccioso. Il desiderio di esplorare è grande ed incontenibile perché agli occhi dell’appassionato di archeologia si delinea una situazione ideale di intervento, dove lavorare con modesto impegno e con inattesi risultati. L’area di Neapolis è certamente un caso unico, perché lo studioso deve amaramente constatare che la città antica, nell’area di Ortigia, sembrerebbe irreparabilmente perduta per via della lunga continuità di vita e di sovrapposizione dell’abitato moderno.Che Schliemann mostrasse uno spiccato interesse scientifico per Siracusa sarebbe, inoltre, confermato dalla lettera, menzionata in precedenza, in cui tra i desiderata trasmessi al Ministro Bonghi, figura anche Siracusa. Non è chiaro dove lo studioso tedesco abbia scavato nel novembre 1875, anche se appare assai verosimile che abbia tentato di riprendere lo scavo nell’area della fortificazione arcaica e classica sull’Epipoli”.

Come mai, nonostante il vivo e chiaro interesse di Schliemann per Siracusa, sembrano esserci lacune a tale proposito nei suoi appunti? Come può spiegarsi – se c’è – questa assenza?
Nel corso della prima visita a Siracusa nel 1868 S. rimane colpito dallo stato di conservazione delle mura greche su Epipoli/Scala Greca, ne offre un’accurata descrizione e si ripromette di poter tornare per effettuare uno scavo esplorativo. Nel novembre del 1875, conclusasi la missione di Mozia e di Himera, torna a Siracusa e porta a compimento il vecchio desiderio di esplorare una parte specifica dell’antico perimetro murario, concentrandosi in un punto specifico, in corrispondenza di una delle porte urbane. I materiali di questo scavo con molta probabilità potrebbero trovarsi al Museo Salinas di Palermo, dal momento che lo scavo di Siracusa era stato concordato con la Commissione per l’Archeologia e le Belle Arti di Sicilia. Ma questa è una storia ancora da scrivere”.

Sabato 2 febbraio IN Melilli ha anche festeggiato la Tessera n. 80: “Una gratificazione per il Direttivo e per i soci tutti – ha affermato Nella Tranchina, Presidente IN Melilli – perché l’entusiasmo con cui donne e uomini, giovani e meno giovani rispondono alle attività proposte ci fa fare due considerazioni: la sete di sapere, di cultura, di conoscenza è viva e chiede di essere alimentata; il nostro operato sta andando verso la giusta direzione“.