Sabato 2 marzo 2019, alle 19, alla galleria di Fototeca Siracusana, s’inaugurerà Soy-Gente andina, mostra personale di Domenico Pititto, giovane fotografo siciliano alle sue prime esperienze espositive.

Il genere è quello del reportage sociale di viaggio, i racconti dei viaggiatori che incontrano e scambiano esperienze con popoli di cui si conosce a malapena l’esistenza. Per il fotografo siciliano, le persone, la gente, più che i luoghi, fanno la differenza e la nuova esperienza. Pititto ha scelto di narrare gli altipiani andini tra Ecuador e Bolivia, attraverso le rughe sui volti dei suoi abitanti, i colori dei loro indumenti e gli occhi dei bambini, pieni di quella luce innocente uguale in tutte le latitudini del pianeta.  Gli altipiani andini sono un deserto ad alta quota, territorio difficile e impervio, come ben lo descrive Giorgio Carrozzini1 sul suo blog:  “L‘ambiente dell’altopiano delle Ande è privo di alberi e soggetto a escursioni termiche estremamente ampie. Di giorno il sole battente arde ferocemente la terra, di notte le rigide temperature gelano il suolo. In questo ambiente montano così duro è scritto il destino degli Indio delle Ande. Gran parte delle popolazioni andine vivono nelle valli e sugli altipiani a media altitudine tra i 2.250 e i 3.500 metri, ovvero in quei luoghi dove i terreni sono più facilmente coltivabili, dove le acque di scioglimento dei ghiacciai rendono più umide le terre. Lavorano prevalentemente nei campi coltivando patate, fagioli e semi di quinoa, una pianta che costituisce l’alimento base per molte di queste popolazioni. Allevando animali quali il lama, la vigogna e l’alpaca ricavano la preziosissima lana con cui tessono coloratissimi tessuti.

Pititto è stato là, ha vissuto con loro una parte della loro vita, anche se brevissima. Li ha conosciuti, ha mangiato e dormito con loro, di villaggio in villaggio. I loro dialoghi si sono svolti, probabilmente, attraverso gli sguardi e le poche parole che, più del significato letterale, esprimono, attraverso il tono e l’espressione, lo spirito di chi le pronuncia: l’alito di una lingua universale. Le fotografie che restano, alla fine, non sono che fragili messaggeri di emozioni, immagini che rimangono scavate nel cuore di chi le ha vissute. In tutto questo la fotografia, come strumento di registrazione, si trova a suo agio, svolge pienamente il suo ruolo, ma, in quanto strumento, dimostra ancora una volta di non poter fare a meno di un cervello e di un occhio umano, senza il quale le fotografie sarebbero solo mere riproduzioni, icone mute capaci di descrivere soltanto forme e colori, prive della profondità della narrazione, carica di umane emozioni. Pititto ha scritto un racconto visivo responsabile, non invadente la dignità di un’enclave genetica già provata da secoli di quotidiana lotta per la semplice sopravvivenza. Ha saputo tradurre nei suoi ritratti, il rispetto verso una cultura diametralmente opposta alla nostra, ha colto negli occhi di questa gente il lato buono dell’umanità, soprattutto ha colto l’amicizia di chi dona rispetto a chi lo dà; di chi entra in casa d’altri con la chiave del cuore per cercare di comprendere prima e scattare, forse, poi, quando l’armonia della vita avrà risistemato le cose.  “Non ci sono terre straniere. Il viaggiatore è il solo straniero.” (Robert Louis Stevenson)

La mostra rimarrà aperta fino al 16 marzo, l’ingresso è gratuito.

Evento:   Mostra di fotografia contemporanea
Titolo:   SOY – Gente andina
Artista:   Domenico Pititto
Curatore:      Salvatore Zito
Inaugurazione  Sabato 2 marzo 2019, h19:00
Durata:   2 – 16 marzo 2019
Orario:  17:30-20:00 – Domenica e Lunedì chiuso